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“Un momento di fraternità”

L’INTERVISTA. Il vescovo Nicolò ricorda il suo esame

La maturità? Un ricordo ancora vivo, vegeto e… bello. Parola di Vescovo. Monsignor Nicolò Anselmi non ha difficoltà a ritornare indietro a quell’estate 1979 quando, da giovane studente, si apprestava all’ultimo atto della sua ‘carriera’ di liceale. “Liceo scientifico M. L. King di Genova. Avevo 18 anni, perché sono andato a scuola un anno prima, a 5 anni: forse i miei genitori volevano che fossi più impegnato, facessi più compiti…”.

Cosa ricorda del suo esame di Stato?

“La memoria è vivida e la reminescenza più bella è il fatto che mi sono preparato a quell’importante appuntamento con un gruppo di amici. Quasi tutti i giorni ci siamo ritrovati per studiare assieme, e ripetere, anche portando all’esame materie differenti”.

Italiano e matematica, le prove scritte.

“Il tema era centrato sull’importanza della regionalità nella letteratura. Forse chi aveva scritto il titolo pensava parlassimo solo del verismo, ma in quel periodo leggevo moltissimo e ho iniziato un viaggio nella Penisola della letteratura: oltre alla Sicilia di Acitrezza, di Verga e dei Malavoglia, sono approdato alla Liguria di Montale, la Lombardia di Manzoni toccando anche il basso Piemonte di Fenoglio, le Marche di Leopardi e la Trinacria di Pirandello, cercando di realizzare su come la propria regione abbia influenzato gli scrittori”.

Risultato?

“Mi sono lasciato trasportare dall’entusiasmo e ne è venuto fuori un tema talmente lungo che non sono riuscito a copiare tutto in ‘bella’ copia e ne ho consegnato una parte in ‘brutta’. Non mi sono organizzato benissimo, col risultato di non aver dato prova di grande maturità. Per fortuna mi sono riscattato”.

In che modo, vescovo Nicolò?

“La prova di matematica verteva su un difficile studio di funzione che nessuno riusciva a disegnare e risolvere. Ero intuitivo, l’avevo individuata e con grande gioia ho suggerito a tutti i vicini di banco la soluzione”.

Dagli scritti all’orale.

“Si portava una materia a scelta, la seconda era a discrezione della commissione. Scelsi storia, e in particolare la nascita e il crollo della repubblica di Weimar. Non capivo come Hitler fosse stato eletto in modo ‘democratico’, e come fosse sorto il nazismo. Mi ero poi preparato in italiano, mi cambiarono materia in scienze, dovetti arrabattarmi. La professoressa di Italiano, presidente di commissione, mi trattò decisamente male, forse per la questione del tema ma il Destino ha riannodato tutti i fili”.

Si spieghi meglio.

“Diventato prete, sono stato destinato parroco in una chiesa del centro città di Genova. Un giorno, terminata la Messa, mi si avvicina una signora.

‘Si ricorda di me?’ mi chiede. Era lei, io avevo dimenticato sia lei sia la sgridata, lei per nulla. Si è avvicinata e mi ha chiesto scusa di come mi aveva ingiustamente trattato 10 anni prima”.

In conclusione?

“Della maturità conservo bei ricordi, in particolare la fraternità nata con i compagni di scuola. Terminato il liceo avevo pensato di iscrivermi all’Accademia di Brera, a causa dei pochi posti disponibili e di un mio ritardo, mi sono poi diretto a Ingegneria, facendo sicuramente più felice mio papà che durante gli anni del liceo era salito in cielo. Invito i ragazzi a studiare assieme, a farsi consigliare dai professori anche sul futuro scolastico e ad avere fiducia nel Signore che ci guida nel cammino della vita, e guida anche chi credente non è”.

Maturità: formalità necessaria o snodo fondamentale?

“La conclusione della scuola superiore è un momento importante della vita, anche dal punto di vista vocazionale. Lo studio, l’impegno, la fatica affrontata per un esame ci fa comprendere che abbiamo dei doni, delle qualità che Dio ci ha donato e che possiamo coltivare. E in questo quadro, gli insegnanti siano incoraggiatori, seminatori di speranza e di fiducia”. (a cura di p.g.)