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Musica ultraterrena

L'Orchestra e il Coro dell'Accademia di Santa Cecilia - PH Musacchio e Pasqualini / MUSA

Daniel Harding ha diretto a Santa Cecilia i Pezzi sacri di Giuseppe Verdi e la sinfonia Asrael di Josef Suk 

ROMA, 22 marzo 2025 – Uno sguardo sull’aldilà: considerato nel solco della tradizione cristiana e di quella arabo-islamica. Per il suo concerto con l’Orchestra di Santa Cecilia, Daniel Harding che ne è il direttore principale, ha scelto di accostare i Pezzi sacri di Verdi a una sinfonia del poco noto compositore ceco – assai conosciuto invece come violinista – Josef Suk, considerato l’erede di Dvořák.

Il direttore Daniel Harding sul podio dell’Orchestra di Santa Cecilia – PH Musacchio e Pasqualini / MUSA

Dei Pezzi sacri, stranamente, ne sono stati eseguiti solo tre: quelli nati a breve distanza fra loro, dopo il 1893 (anno del Falstaff), mentre l’Ave Maria, scritta in precedenza, non faceva parte del programma. Di queste brevi composizioni e del loro tributo alla lezione di Palestrina, così cara a Verdi, il direttore inglese ha dato una lettura quasi novecentesca, dove anche le reminiscenze del gregoriano – evidentissime nel Te Deum – sono diventate occasione per valorizzare la rigorosa architettura della polifonia verdiana. Harding ha dunque ben dosato l’equilibrio tra il ruolo totalizzante del coro (qui ben preparato da Andrea Secchi), autentico protagonista nei tre brani, e quello dell’orchestra, scandendone nitidamente i piani sonori con effetti sempre suggestivi. Una lettura che ha dato forma agli aspetti più astratti e dolenti dello Stabat Mater, all’accorata invocazione presente nei versi del Paradiso dantesco delle Laudi alla Vergine Maria (concepite per sole voci femminili a cappella), fino al Te Deum, dove è intervenuta nelle battute conclusive – presenza di lusso – il soprano Roberta Mantegna in veste di solista.

La Sinfonia in do minore op.27 “Asrael” (termine che nella cultura islamica indica il terribile Angelo della morte) era stata concepita per celebrare la memoria di Dvořák, con cui Suk aveva studiato, sposandone poi la figlia. Tuttavia, anche lei morì prima che la composizione fosse portata a termine (1906), così questa monumentale partitura in cinque movimenti assunse significati autobiografici sempre più cupi e tragici. Appaiono evidenti fin dal funebre avvio per arrivare, procedendo attraverso divagazioni sonore e stilistiche, all’‘adagio’ del quarto movimento, concepito come struggente rievocazione della moglie scomparsa; approdando, infine, al ‘maestoso’ conclusivo, dove l’intera tragedia sembra compendiarsi prima di spegnersi in un catartico finale dalle tinte mahleriane. Harding, sempre ben assecondato dagli strumentisti di Santa Cecilia, ha valorizzato una musica spesso magmatica – seppure solcata da momenti di grande intensità emotiva – in cui echi del sinfonismo romantico tedesco, suggestioni debussyane e reminiscenze folcloriche della musica slava, ovvio frutto degli insegnamenti di Dvořák, talvolta si fondono e talaltra si giustappongono.

Molto impegnativa, dunque, la sfida lanciata da Harding, che non è quella di far sembrare unitaria una partitura tutt’altro che coesa: qui vengono messe in gioco essenzialmente le sue qualità come direttore – è necessaria una notevole saldezza per portare a termine una pagina tanto impegnativa e ondivaga – e la risposta degli orchestrali, che lo hanno seguito con entusiasmo e convinzione. Pazienza poi se gli aspetti spirituali della musica corrono il rischio di passare in secondo piano, un po’ come era successo – seppure in misura minore – con Verdi nella prima parte: l’attenzione è tutta concentrata sui colori e la valorizzazione dei sottili legami che connettono materiali così eterogenei. Rimane comunque l’impressione di una sfida vinta. Almeno sotto il profilo tecnico.

Giulia  Vannoni