L’amputazione del piede sinistro in un terribile incidente, la forza della fede in soccorso, l’amicizia di tanti e tra i nuovi amici il ragazzo che lo aveva investito. Il miracolo di Luca
Quest’estate a Luca è successa una cosa che nessuno si augurerebbe mai per sé o per un proprio caro. “Mercoledì 10 luglio ho subito un grave incidente stradale. Con la moto mi sono scontrato contro un’auto guidata da un ragazzo di soli 19 anni”, racconta. Da subito la situazione appare chiara in tutta la sua gravità. “ Mi trovo a terra e mi accorgo che l’incidente aveva provocato l’amputazione del mio piede sinistro”. Dopo l’inevitabile “momento di smarrimento e disperazione” davanti, o meglio dentro, quella che lo stesso Luca non ha timore a definire senza mezzi termini “terribile tragedia”, arriva una reazione che potrebbe sembrare inaspettata. “Mi sono rivolto al cielo e così ferito e distrutto ho detto: ‘Fai Tu!’”. Tu, Gesù.
Protagonista di questa storia è Luca Frisoni, sessantenne operaio riminese. Sposato, padre di due figli, Simone e Matteo.
Il dolore “era intenso”, ricorda. Dopo 20 minuti arrivano l’ambulanza e l’automedica che lo portano all’ospedale di Cesena, dove lo raggiunge la moglie Catia. “Se gli angeli avessero un capo sarebbe lei. Perché non ci sono parole per descrivere quello che ha fatto e quello che sta facendo, per la pazienza, la serenità,l’amore, l’affetto, le preghiere”.
Oltre a quella della fede, Luca ha anche un’altra risorsa in più, che, fa capire lui stesso, lo aiuta proprio in quegli attimi. “Nonostante la tragedia mi avesse così duramente colpito, grazie alla mia natura di patacca così comune in noi riminesi, mi sono intromesso nella discussione che si era accesa tra il barelliere e il medico riguardo al codice da assegnare al mio caso di soccorso. ‘Scusate’, sono intervenuto. ‘Una volta che posso ottenere il codice rosso e avere la precedenza non mi toglierete questo privilegio!’”.
Probabilmente non è solo natura di ‘patacca’, quella dimostrata da Luca, ma anche una certa lucidità e istinto di sopravvivenza.
Operato d’urgenza, l’intervento durerà qualche ora, si risveglia con accanto la moglie e il figlio Matteo. Lei scatta foto da mandare agli amici, ai quali arriva l’immagine (che mai si sarebbero aspettati) di un Luca sorridente. “La loro vista (della moglie del figlio, ndr) mi faceva sorridere sereno”. Ma non solo.
“Ancora dentro di me era vivo il ricordo della domanda rivolta al cielo (Fai Tu!) e il fatto di sentire di averla effettivamente ottenuta, questa protezione”.
Famiglia e amici, piacevolmente stupiti, dal suo sorriso, “non potevano d’altronde immaginare che la domanda di aiuto rivolta al cielo mi faceva sentire protetto come un bambino preso per mano. Con questo stato d’animo mi rendevo conto del grande lavoro dei medici che incessantemente lavoravano per portare sollievo a me e anche a tutti gli altri pazienti”.
Prima di essere trasferito a Rimini, cinque giorni dopo, Luca riceve la visita e i doni degli amici più cari, non solo da Rimini. Dal Belgio arrivano le birre dei monaci. Il decorso sanitario procede liscio.
A Rimini entra in dialogo una fisioterapista che lui ha soprannominato “la suora tedesca” per la precisione con cui somministra le cure. “È molto brava ed ancora oggi continuo a fare gli esercizi che mi ha prescritto e gli altri fisioterapisti che si sono succeduti hanno confermato la giustezza della sua terapia”.
Con lei vive un momento che ricorda ancora molto bene. “Un giorno prima di salutarmi mi chiede se può farmi una domanda. Io acconsento. ‘Perché sei così lucido?’, mi domanda. ‘È la mia fede’. Rispondo. Lei ci pensa un attimo e continua. ‘Puoi spiegare meglio?”. La risposta di Luca chiarisce quello che sin dalle prime righe si capisce. “Sono un credente cristiano è ho deciso che la mia fede è e sarà come le mie stampelle”. La fisioterapista lo guarda negli occhi, con gli occhi lucidi. “Dammi un cinque!”, gli fa. E se ne va.
In tutta questa storia, Luca racconta di essersi sentito più volte “preso per mano da Gesù”.
Nella certezza con cui ha risposto alla suora, che stupisce anche lui. “Per la prima volta con la mia coscienza di cristiano non avevo nessuna paura di rivelare la mia confessione davanti ad uno sconosciuto e affermarlo senza timidezza”.
Negli attimi subito successivi all’incidente e nelle diverse fasi del suo percorso di cura. Nell’affetto degli amici, quelli storici e quelli nuovi. Non solo i vari compagni di degenza e qualche loro familiare. Tra i nuovi amici c’è n’è uno particolarmente preferito.
“Mi ha cercato il ragazzo che mi ha investito. Piangeva. Lo ho ripreso con tono deciso. Gli ho detto: ‘Non piango io e piangi tu? Forza, le cose si aggiusteranno e ricorda che quando potrai mi farà piacere se verrai a trovarmi. Così vedrai i miei occhi e io ti potrò abbracciare’”.
Un abbraccio che è arrivato il 30 agosto dello scorso anno. “È venuto. Mi ha visto. Mi ha abbracciato. Abbiamo parlato quasi un’ora. Il mio invito deciso al telefono aveva funzionato. Mi ha raccontato che aveva anche superato l’esame di riparazione al quarto anno del liceo che frequenta. Vuol dire che il prossimo anno passerà in quinta”, racconta. “Gesù vince ancora!”, è il ‘due più due’ che ormai scandisce i momenti più significativi di questa vita tutta nuova per Luca.
Un’amicizia che fiorisce.
Anche nel racconto che lo studente farà al rientro tra i banchi di scuola, dove per la prima volta, non credente, decide di non uscire fuori durante l’ora di religione.
Alla domanda del prof, “com’è andata l’estate?“, lui risponde con il racconto di un incidente tragico, ma anche con il racconto e lo stupore di aver incontrato qualcuno che lo ha perdonato.
Tante piccole coincidenze positive che s’infilano l’una dietro l’altra, oppure, come ripete Luca ad intervalli periodici nella sua ricostruzione, “Gesù all’opera”.
Questo non lo rende immune da momenti di sconforto.
“Comincio a sentire la stanchezza di questa lunga degenza. Parlo con chiunque di questa mia sofferenza e sento dentro di me il timore di perdere lucidità”. Timore anche di “affrontare la vita futura con le enormi difficoltà che si presenteranno”. Luca vuole uscire dall’ospedale, lo chiede ai medici e proprio in questo frangente arrivano le dimissioni, il 10 agosto. Giusto in tempo per contribuire, anche nella sua nuova condizione, alla realizzazione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, che per l’edizione 2024 si è svolto in fiera dal 20 al 25 agosto.
“Ci tengo molto, sono sempre stato presente dal 1980 (l’anno della prima edizione, ndr)”. Luca riesce a non disertare anche questa volta e a offrire il suo contributo ai Servizi generali. “Ho potuto seguire dagli uffici la mia squadra che si occupava dei cancelli, coadiuvato da Francesco, degno mio sostituto”, spiega. Grazie ad un amico che ogni mattina è andato a prenderlo alle 7, Luca è riuscito ad arrivare in fiera in orario per l’apertura dei cancelli per l’ingresso dei primi volontari che sarebbero via via arrivati al mattino.
“Dopo avere dato le disposizioni del giorno, me ne tornavo in ufficio ad aspettare e accogliere nel limite del possibile tutte le richieste che ci arrivavano. Sono certo che Gesù aveva pensato per me quel luogo perché era il posto dove avrei incontrato tutti gli amici dei servizi generali oltre ad altri che non mi conoscevano ma che avevano pregato per me nel momento del mio infortunio. Devo dire che un Meeting così non l’avevo mai vissuto… è stato ‘tanta roba’”.
Nei giorni scorsi Luca è stato in ospedale a Budrio, per le operazioni necessarie a mettere la prima protesi provvisoria. “L’ultima fase prima di cominciare questa nuova avventura che Gesù ha voluto per me con affetto”.