Un’analisi sulla situazione della criminalità organizzata sul territorio riminese. Tra metodi che mutano, l’incognita della violenza e il ruolo fondamentale della società civile
Come visto nello scorso numero de ilPonte, la recente inaugurazione del nuovo anno giudiziario è stata l’occasione per un’analisi a 360 gradi sulla situazione dei reati e dell’amministrazione della giustizia in tutto il distretto della Corte d’Appello di Bologna, di cui fa parte il territorio di competenza del Tribunale di Rimini. Un’indagine dalla quale è possibile realizzare un approfondimento ulteriore, dedicato in modo specifico allo stato di salute del territorio per quanto riguarda la presenza della criminalità organizzata.
Un focus reso possibile grazie alla relazione della Procura Generale di Bologna e grazie alla collaborazione di Ivan Cecchini (nella foto), Coordinatore dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata della provincia di Rimini.
Che tipo di organizzazione mafiosa è presente oggi sul territorio?
“Nell’area emiliana (Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena) è marcata la presenza di una criminalità collegata alla ‘ndrangheta di provenienza cutrese (come evidenziatosi, ad esempio, a seguito dei processi Aemilia, Grimilde, Perseverance), ma anche di stampo camorristico (in particolare, clan dei Casalesi). – è ciò che emerge dal lavoro della procura bolognese – Mentre nell’area romagnola, e nel capoluogo di regione, operano varie organizzazioni criminali, ciascuna delle quali dedita ai settori illeciti di proprio interesse (estorsioni; riciclaggio; gioco d’azzardo e scommesse clandestine, ecc.). Il versante adriatico, in particolare, comprendente le province di Ferrara, Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, rappresenta per la criminalità organizzata, di stampo prevalentemente ‘ndranghetista una preziosa opportunità di investimento”.
Come opera sul territorio?
“La presenza criminale e mafiosa, rimasta confinata e radicata, per diverso tempo, nell’ambito dei mercati illeciti (primo fra tutti il traffico di sostanze stupefacenti) sembra, di recente, aver assunto caratteristiche più complesse e articolate. – prosegue l’indagine – Si sta, infatti, assistendo a un progressivo inserimento delle attività mafiose nell’economia legale (specie nel settore edile e commerciale) e, parallelamente, lo strutturarsi di un’area ‘grigia’ in cui orbitano professionisti e imprenditori, con i quali i gruppi criminali stringono relazioni a doppio filo al fine di sfruttare appieno le diversificate opportunità e risorse del territorio (appalti, concessioni, acquisizioni di immobili o di aziende). Non vanno sottovalutati, inoltre, i tentativi di ‘controllo mafioso’, i cui segni più evidenti sono rappresentati dalle minacce ricevute da alcuni operatori economici, oltre che da episodi di estorsione e danneggiamento, certamente inusuali per questo territorio regionale. L’attuale scenario, comune a tutte le diverse realtà territoriali del distretto, è ascrivibile al ruolo di ‘testa di ponte’ ricoperto dai numerosi soggetti di origine meridionale immigrati da tempo nella regione, i quali, mantenendo ben saldi i legami con le terre di origine, si sono progressivamente trasformati in veri e propri punti di riferimento criminali. Questi ultimi hanno trovato terreno fertile nell’operoso tessuto imprenditoriale, all’interno del quale si sono radicati, tanto da diventare il collante tra le esigenze di reinvestimento dei profitti illeciti della criminalità e il costante fabbisogno di risorse da parte di imprenditori/ professionisti locali, come emerso nel corso di articolate indagini che hanno riguardato famiglie calabresi”.
Dottor Cecchini, com’è mutata nel tempo la presenza mafiosa e qual è il ruolo attivo che può svolgere il territorio?
“Oggi, come emerge anche dalle relazioni parlamentari della Commissione antimafia e dalle relazioni della Direzione investigativa antimafia, c’è una presenza mafiosa in tutta Italia che, però, non si esprime più con atti ed episodi di violenza macroscopici che caratterizzavano la criminalità organizzata del passato come la mafia siciliana e la camorra. Pensiamo, in primis, agli omicidi, ma anche a reati come il danneggiamento, le lesioni personali, l’incendio. Stabilito questo, è quindi evidente come sia ancor più importante il ruolo degli enti pubblici, delle istituzioni e del governo delle città.
E oggi abbiamo sempre più strumenti per far sì che la società civile sia davvero la prima sentinella sul fenomeno mafioso nei territori: guardando a Rimini, ad esempio, c’è un controllo capillare sulle SCIA, le certificazioni che hanno preso il posto delle autorizzazioni commerciali, sulla base delle quali vengono emesse le interdittive antimafia, che consentono di conoscere bene la realtà alberghiera e commerciale.
Ma non solo: i controlli sul SUAP (Sportello Unico per le Attività Produttive), le banche dati, la grande attenzione portata dalle Centrali uniche di committenza, i protocolli sul rispetto della contrattazione nazionale, anche con le organizzazioni sindacali e tutti i protocolli che consentono di mappare il rischio legato agli appalti, anche considerando l’onda lunga del PNRR che stiamo vivendo. E poi c’è tutto il lavoro di sensibilizzazione e diffusione di una cultura della legalità rivolto alla comunità e nelle scuole, che hanno consentito di diffondere una maggiore consapevolezza sulla presenza della mafia sul territorio, rispetto all’atteggiamento molto più ‘timido’ del passato. Tutti elementi che consentono di vigilare su un fenomeno che, così come la società stessa, è in costante mutamento”.
Una mafia, dunque, che non si esprime più con dinamiche di violenza tipiche del passato e dei territori d’origine. Un suo radicamento sempre più profondo sul territorio, però, può portare al rischio di un ritorno di questo tipo di sopraffazione?
“Per rispondere bisogna guardare agli studi storici, che si concentrano sui fatti e consentono un’analisi sulla loro evoluzione. – spiega il coordinatore dell’Osservatorio – L’indagine storica conferma questo mutamento, che oggi vede la mafia agire maggiormente infiltrandosi nel tessuto economico e legale del territorio.
Ciò, innanzitutto, non significa che le mafie abbiano eliminato la dimensione puramente violenta, ma che si siano trovate davanti un antagonista forte che è lo Stato, come poche volte era avvenuto in passato con metodi democratici. E, soprattutto, consente di affermare che quell’idea di una mafia che uccide, colpendo in particolare le persone migliori tra giornalisti, magistrati, forze dell’ordine, politici, non sia più replicabile, perché non corrisponde a quel vantaggio economicofinanziario che può ottenere oggi. E se le mafie vivono di un rapporto stretto con l’economia di un territorio e anche con il potere, allora occorre mutare prospettiva e raffinare nuovi strumenti, come quelli della conoscenza, storica e culturale. Un approccio che consente, ad oggi, una visione positiva: ad esempio, una misura come quella dello scioglimento dei Comuni per mafia, strumento straordinario per la legalità, nei fatti non è mai stata adottata in Emilia-Romagna, e in Romagna in modo particolare. Un bel segnale”.