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IL MIRAGGIO DEL TEMPO PIENO

Chiusa la fase d’iscrizione (il 10 febbraio) e dell’indicazione, con un ordine di priorità, delle tre scuole dove iscrivere i propri figli per il prossimo anno scolastico, iniziano ad arrivare alle famiglie le prime risposte sulla disponibilità o meno di posti nei plessi prescelti. E qui comincia una sorta di panico perché emerge con macroscopica evidenza la carenza di posti per il tempo pieno, che vuol dire poter tenere a scuola i bimbi fino alle 16, che già è uno strano orario per chi lavora (chi smette, se non nel pubblico, di lavorare prima delle sedici?), ma meglio di niente. Capita, non è una novità, che tante domande di iscrizione con preferenza per il tempo pieno non siano accolte per mancanza di posti nelle scuole indicate. Succede perché sono poche quelle dove tutte le classi che si formano possono garantire il tempo pieno. Nella maggioranza c’è una classe, al massimo due. Per il resto uscita alle 13.30, per giunta senza pranzo (che vuol dire far pranzare i piccoli non prima delle 14). Ma una mamma o un papà che lavorano entrambi, oggi

non una opzione ma una necessità per far quadrare i conti familiari, come fa a ritirare i propri figli con questi orari? Siamo al punto che quello che dovrebbe essere un servizio normale, scuole primarie e asili aperti dappertutto almeno fino alle 17, meglio se 18, come avviene in tanti paesi europei (vedi Germania e nord Europa), diventa un sentiero stretto con posti disponibili insufficienti assegnati in una sorta di gara a punti. Non parliamo poi delle giovani coppie che hanno due figli, di età diversa, magari uno al nido e l’altro alla primaria, che escono in orari diversi, in scuole diverse. Ci vuole un servizio trasporto e mensa flessibili solo per loro. Quando va bene ci sono i nonni, che però devono stare bene ed avere un’auto, ma chi non li ha vicini o non sono disponibili per varie cause? Gli esclusi dal tempo pieno nella scuola pubblica possono fare domanda nel privato ma con rette di 500-600 euro mensili. Con due figli se ne va uno stipendio. La natalità diventa un privilegio. Ci si lamenta, anche a Rimini, delle poche nascite ma in queste condizioni sono persino troppe (il numero di figli per donna a Rimini

è 1,12 il più basso dell’Emilia-Romagna. Nel 2023 il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi, sempre in provincia di Rimini, è stato di meno 1.522. L’ultimo anno positivo risale al 2010). Se questa è la realtà smettiamola, dal Governo centrale a quelli locali, con la retorica della parità di genere e delle donne che devono lavorare. Perché di fatto, negando servizi primari, le scelte possibili restano due: non fare figli, oppure tornare alla famiglia “tradizionale”, cara a certa parte politica, della donna angelo del focolare. Opzione che però le donne non pare vogliano accettare. Giustamente.